Italian Philanthropy Forum
Filantropi

Filantropia, un percorso di vita. Il caso di Fondazione Mazzola.

Tentare, sbagliare, apprendere per arrivare alla definizione del proprio modello, ricercando un equilibrio tra relazione, empatia e strumenti professionali in linea con le buone pratiche nazionali e internazionali. Carlo Mazzola, presidente di Fondazione Mazzola, racconta il proprio percorso filantropico e analizza l’impostazione e la theory of change dell’organizzazione creata per promuovere l’inclusione socio-economica di persone in condizione di disabilità attraverso lo sport.  

1.Puoi parlarci di qual è stato il tuo approccio alla “filantropia”?

Direi che si è trattato fondamentalmente di un percorso di maturazione. Credo che tutti siamo portati alla collaborazione, a condividere risorse per un fine più grande, e che questo tratto proprio dell’essere umano sia un qualcosa di innato che poi può svilupparsi più o meno nel corso della vita in ciascuno di noi sulla base di tanti fattori, personali e/o endogeni. 

Nel mio caso, la consapevolezza di essere parte della comunità, la volontà di restituire qualcosa di quello che ho avuto e il desiderio di fornire opportunità a chi parte da una condizione di svantaggio sono caratteristiche che mi hanno sempre accompagnato, e che abbiamo cercato di trasmettere ai nostri figli. Questo si è tradotto negli anni in varie esperienze che mi hanno visto a fianco di diverse organizzazioni e progettualità, come “filantropo” – nel senso più naïfdel termine, su questo tornerò tra poco – e come investitore sociale, fornendo know-howe capitale paziente a realtà che mostravano un potenziale sia a livello imprenditoriale che in termini di generazione di esternalità positive per la comunità. Alcune sono andate bene, altre meno. La filantropia è un settore rischioso, non esiste la bacchetta magica, non è semplice identificare i giusti partner e comprendere quali iniziative avranno maggiori chancesdi successo. Ho intrapreso varie strade. Ho sbagliato tanto. E penso di aver appreso qualcosa che possa guidarmi in questo nuova fase della mia vita e del mio percorso. 

2.È questa la motivazione che ti ha spinto a costituire la Fondazione? 

Direi una delle motivazioni principali, non l’unica. Di certo l’idea di creare un veicolo dedicato è stata segnata dalla volontà di entrare in gioco a un diverso livello, per rivestire davvero il ruolo di “filantropo” rispetto a quello che sono stato finora, per cui, forse, il termine più giusto è “benefattore”. La Treccani definisce la parola filantropia come “Amore verso il prossimo, disposizione d’animo e sforzo operoso”: le ultime due parole sono fondamentali perché rivestono questo approccio con un abito diverso rispetto alla beneficenza e implicano necessariamente uno sviluppo – in termini di ingaggio, coinvolgimento di professionisti, valutazione dei risultati, ecc. Non si tratta di un giudizio su quale strada sia migliore: semplicemente sono diverse le regole del gioco, le opportunità e le responsabilità. Opportunitàin termini, ad esempio, di possibilità di sviluppare partnership con altri soggetti erogativi, di entrare in logiche di co-progettazione con le organizzazioni sostenute e di valutare i risultati prodotti dalle risorse allocate. Responsabilitàperché si esce da una dimensione esclusivamente privata e “di pancia” per diventare un soggetto di riferimento, con la necessità di adottare meccanismi e procedure più standard e di tenere conto di quali siano le reali esigenze del territorio. 

Inoltre, volevo passare da una dimensione personale – che vedeva il sottoscritto come riferimento esclusivo – a un modello di famiglia. Fondazione Mazzola si ispira a mio zio Piergiorgio, tetraplegico C6-C7, che per me ha rappresentato una figura importante e che è stato tra i pionieri nella diffusione di una cultura dell’inclusività e nel contrasto alle barriere, fisiche e percettive, che potessero limitare l’autonomia delle persone in condizione di disabilità. Il board della Fondazione comprende mia moglie Barbara e i nostri figli Stefano e Alberto e per me il coinvolgimento delle nuove generazioni, la possibilità di trasmettere dei valori di apertura al prossimo e di attenzione al “bene comune” costituisce un aspetto fondamentale di un disegno filantropico che, nella mia speranza, possa perdurare e andare oltre me. La Fondazione in sostanza rappresenta un ponte tra la nostra famiglia e la nostra comunità e, al contempo, una connessione tra passato, presente e futuro. 

3.Quali sono a tuo avviso i tratti particolarmente rilevanti del modello di intervento di Fondazione Mazzola?

Credo ci siano diversi elementi di interesse, che abbiamo identificato nelle nostre Linee Guida, ma mi concentrerei su tre aspetti principali.  

In primo luogo è stato fondamentale prenderci alcuni mesi per analizzare la letteratura esistente, i dati e soprattutto per “ascoltare” – esperti di settore, organizzazioni non profit con grande esperienza, persone in condizione di disabilità, ecc. – per scongiurare il rischio di finire nella trappola dell’autoreferenzialità. Questo ci ha permesso di sviluppare la Teoria del Cambiamento (ToC)di Fondazione Mazzola per guidare il nostro operato in maniera chiara, definendo linee di intervento, confini e priorità. Ovviamente non sono scolpiti nella pietra e potranno evolvere ma possono indicare, a noi e agli altri, la direzione a cui tendiamo e gli obiettivi che perseguiamo in maniera coerente e razionale. La ToC ci ha inoltre permesso di chiarire la nostra impostazione valoriale, ciò che reputiamo prezioso e che vogliamo che la Fondazione rappresenti nel panorama italiano – concetti che abbiamo voluto cristallizzare nel nostro Manifesto della Filantropia

È stato un lavoro complesso ma molto prezioso che ci ha portato anche a prendere come riferimento la “Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF)” dell’OMS, standard internazionale per misurare e classificare salute e disabilità. Un passaggio importante che sposta il focus dal concetto di “handicap”, inteso come conseguenza di una menomazione, al “funzionamento” di una persona inserita in uno specifico contesto: in altre parole, più che accertare la limitazione come un fenomeno intrinseco si concentra su quanto la persona sia in grado di condurre una vita autonoma e soddisfacente perché supportata (od ostacolata) da ciò che gli sta attorno. È una svolta culturale perché rappresenta un’evoluzione: da una valutazione della disabilità di tipo assoluto a una relativista, graduale e più misurabile. Inoltre ci spinge a un cambio di mentalità, per cui un cosiddetto “normodotato” potrebbe trovarsi in condizioni di disabilità se inserito in un contesto sfavorevole. Pensiamo banalmente a un individuo miope: qual è il suo funzionamento e quali sono le implicazioni sulla sua quotidianità nel momento in cui si trovasse nell’impossibilità di procurarsi un paio di occhiali? 

Il secondo aspetto è quello relativo al capacity building, parallelo rispetto alla parte di finanziamento progettuale. Così come una persona ha bisogno delle giuste risorse per funzionare, allo stesso modo una qualunque organizzazione necessita di competenze e servizi specialistici e deve poter investire sulla propria struttura per produrre valore aggiunto. Se nel settore privato questo è comunemente accettato e anzi caldeggiato (qualcuno si sognerebbe mai di criticare un’impresa che investe in marketing o in R&D?), nel non profit si tratta di un’area grigia che pochi decidono di sostenere. È comprensibile che la maggior parte dei donatori preferisca indirizzare le proprie risorse su progetti i cui output sono immediati e facilmente visibili nel breve termine; ma se vogliamo che gli enti non profit abbiano successo nel lungo termine e possano aumentare le proprie performance dobbiamo aiutarli a sviluppare o rafforzare skillsfondamentali. Abbiamo scelto di metterci in gioco direttamente, facendo leva sulle competenze di specialisti in-housee mettendole gratuitamente al servizio di enti non profit che abbiano specifiche esigenze di formazione/consulenza e presentino chiari obiettivi di sviluppo. È sicuramente un modello per noi time-consuminge, come ogni innovazione, andrà testato per comprenderne il potenziale. Ma si tratta di un’area in cui crediamo molto e che speriamo di poter ampliare sempre di più – per moltiplicare ciò che possiamo offrire alla comunità e perché pensiamo che questo possa rappresentare un servizio utile a tutto il settore, anche agli altri soggetti erogativi.E, ragionando in modo più “opportunistico”, rafforzare organizzazioni che potremmo sostenere anche finanziariamente significa per noi poter contare su partner più affidabili con cui collaborare. 

Il terzo punto riguarda proprio il concetto di partnership. Il tema della collaborazione, di unire risorse, di “allargare la torta” come si dice nell’ambito della negoziazione è un aspetto fondamentale che vogliamo promuovere con la Fondazione. Da un lato con altri soggetti erogativi, ricercando fondazioni, imprese e filantropi che siano interessati a co-finanziamenti e progettualità comuni, per moltiplicare le risorse disponibili da mettere al servizio di obiettivi condivisi. Non è più tempo di agire in isolamento, se vogliamo produrre un cambiamento sociale significativo è necessario lavorare assieme.

Dall’altro, con gli enti che sosteniamo che per noi rappresentano dei “compagni di viaggio” con cui lavorare assieme, non degli implementatori di progetti con cui rapportarsi solo al momento della rendicontazione. Al di là di un’impostazione valoriale di questo tipo, questo per noi si traduce negli strumenti e nelle procedure concrete che abbiamo scelto di adottare – dalla selezione dei progetti all’accompagnamento delle realtà finanziate al fine di affrontare assieme eventuali difficoltà che potrebbero incontrare in itinere. Preferiamo lavorare con poche realtà investendo sulla qualità e sulla frequenza della relazione.

Infine, lavorando assieme a player, punti di riferimento per il settore filantropico e non profit, che come noi condividono la necessità di diffondere una cultura della “filantropia efficace” per promuovere la crescita del nostro sistema. Il lancio dell’Italian Philanthropy Forum, in partnership con Aragorn, rappresenta per noi il primo passo in questa direzione. 

Per maggiori informazioni www.fondazionemazzola.it

Carlo Mazzola

Economista e imprenditore, dopo aver insegnato all’università Politica Economica e Mercati Finanziari e aver fondato una delle prime società di analisi finanziaria indipendente in Italia, Norisk, negli ultimi anni si è dedicato a temi legati al sociale, all’educazione e alla negoziazione. Ha pubblicato il primo libro sugli ETF nel 2004, e scritto molti articoli sui principali quotidiani italiani e la stampa specializzata.  Nel 2017 ha fondato Albacast, progetto editoriale e creativo, che vede la negoziazione, rivista in modo innovativo e utile, alla base di processi di benessere e crescita personale  Nel 2018 costituisce Fondazione Mazzola, di cui è Presidente, realtà filantropica che promuove lo sport come strumento per la salute, il benessere e l’empowerment delle persone in condizione di disabilità e come volano di inclusione sociale ed economica. 

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