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Filantropi

Glocal philanthropy. Fondazione Cottino: da Moncalieri all’ambizione del cambiamento sistemico.

Da Fondazione di famiglia quasi esclusivamente legata al territorio locale, a promotrice di quello che aspira a essere il punto di riferimento nazionale per l’innovazione trasformativa e la “cultura dell’impatto sociale”. In un’intervista fuori dai denti, ho approfondito con Giuseppe Dell’Erba, Direttore Generale di Fondazione Giovanni e Annamaria Cottino, le logiche e l’evoluzione di un modello filantropico italiano contraddistinto da diciott’anni dal binomio “cuore e metodo”. 

1.Fondazione Cottino: un impegno, nato dalla volontà dell’Ing. Giovanni Cottino e di sua moglie Annamaria Di Bari, che festeggia quest’anno la maggiore età. Puoi illustrarci quelle che a tuo avviso rappresentano le principali evoluzioni e peculiarità di questo bell’esempio di filantropia italiana? 

La Fondazione nasce, come molte realtà filantropiche, da un bisogno semplice: l’esigenza sentita dai fondatori di restituire qualcosa al territorio al fine di supportare le persone più fragili e vulnerabili. Questa visione si è tradotta all’inizio in una struttura di base, con una governance costituitadai nipoti dell’Ing. Cottino. Nel corso degli anni, è poi emersa la volontà di perseguire un nuovo tipo di filantropia, improntata al “fare imprenditoriale”, al fare “in prima persona”, e quindi abbiamo dato il via ad una professionalizzazione e managerializzazione della Fondazione in un’ottica evolutiva e incrementale che badasse sempre a preservare al centro il “cuore”, motore originario di tutto. La filantropia per noi è oggi la ricerca di equilibrio tra cuore e metodo, tra competenza e passione, tra tradizione e innovazione.   

Con un obiettivo chiaro: “per il bene comune e un futuro migliore”!Vogliamo andare oltre la retorica o le enunciazioni di circostanza, andare là dove “bene comune” è innanzi tutto “bene relazionale” … Là dove “futuro migliore” è libertà, diritti umani e sviluppo sostenibile a livello sociale, ambientale e economico. 

Andare oltre … Einsieme, per le persone e per il nostro territorio. 

Forti di un percorso e dell’esperienza internazionale della venture philanthropy, di advice e visione come quelle del nostro Consigliere Angelo Miglietta, di un modello strategico e di intervento che adotta la prospettiva di lungo periodo dell’imprenditore e va oltre la triade “investimento-sviluppo-exit”.

La Fondazione ha fatto tesoro di questo percorso e credo rappresenti un unicum a livello italiano caratterizzato dai valori tipici dell’imprenditorialità nostrana che scaturiscono dall’Ingegnere stesso e dalla vicepresidente Cristina Di Bari.

2.Enti erogatori e soggetti non profit implementatori: un dualismo che dovrebbe essere caratterizzato da complementarietà ma che ancora troppo spesso vede nella pratica le due parti su piani di potere differenti. Identificare criteri razionali per selezionare i progetti all’interno della grande mole di proposte progettuali; garantire accountability ma creare una relazione di fiducia ed evitare over-burden di reporting a carico dei partner implementatori … Sono alcuni degli aspetti che riteniamo imprescindibili e che cerchiamo di perseguire nella nostra Fondazione. Cosa ne pensi e qual è il vostro approccio?  

Per una Fondazione come la nostra, così attenta alla promozione della cultura di impresa e alla diffusione di un nuovo sapere, l’anima imprenditoriale e la relazione umana non possono mancare. Negli ultimi anni abbiamo fatto molta esperienza in questo senso, vedendo tante realtà che non hanno raggiunto a nostro avviso un buon bilanciamento tra gli elementi che hai citato. 

Il tema relazionale è fondamentale e questo si riflette nella scelta degli strumenti che mettiamo a disposizione: lo strumento “bando” ad esempio è un’ottima opzione di raccolta di proposte dal territorio ma ha il grosso limite di non permettere di approfondire e conoscere personalmente i proponenti, cogliendo dinamiche che la sola documentazione non può fornirti. È vero che l’adozione di standard permette di uniformare il processo e garantire parità di condizioni, ma la possibilità di raccogliere informazioni direttamente è per noi imprescindibile: personalmente non mi basta una proposta progettuale perfetta, dove si vede la mano del professionista grant-writer, in quanto questo non è garanzia di presenza nell’organizzazione proponente di quella parte di cuore e passione che deve esistere in ogni iniziativa per rassicurarci sulla sua continuità e fattibilità.

Ecco perché, al di là dei classici canali di comunicazione come il nostro sito con cui è possibile sottoporci proposte, crediamo moltissimo nel valore delle reti: la modalità privilegiata per raggiungerci passa da enti associativi come EVPA e Assifero; dalla rete dei partner con cui abbiamo lavorato; e dalle relazioni che sviluppiamo personalmente. Nel futuro daremo sempre più valore all’aspetto relazionale rispetto a quello puramente metodologico.

La valutazione delle proposte viene fatta nella maniera più possibile inclusiva e difficilmente rifiutiamo un’iniziativa a priori. Vogliamo portare avanti un modello che cerchi di “collegare”: spesso riceviamo progetti splendidi che non sono in linea con i nostri obiettivi e in quel caso cerchiamo di non dire un semplice “no” ma ci adoperiamo per mettere in contatto l’ente proponente con realtà del nostro network che possano essere interessate a supportarlo. È un esempio di quel piccolo passo in più che un ente erogativo può fare per contribuire a un ecosistema filantropico più aperto e collaborativo. 

3.Valutazione dell’impatto: un tema fondamentale in alcune situazioni e a determinate condizioni, ridotto a commodity onnipresente in quasi ogni formulario, addossato sulle spalle degli enti proponenti e retoricamente abusato fino a essere svuotato del suo significato…?

Posso darti una prima risposta in chiave numerica: di tutti i corsi che il Cottino Social Impact Campus ha previsto per il 2020, circa 1 su oltre 20 presenta elementi di valutazione dell’impatto – implicitamente e semplicisticamente questo mi consente di affermare quanto il concetto di “impatto” sia per noi molto più ampio della “valutazione”.. 

Ritengo anch’ioche, nonostante ci sia grande valore nel tema della valutazione, stiamo assistendo oggi a una sorta di bolla di mercato, in una situazione di abuso terminologico in cui determinate parole si ritrovano sulla bocca di tutti, esperti o sedicenti tali. 

Personalmente credo in poche semplici regole chiave, quali ad esempio le caratteristiche di addizionalità, intenzionalità ed efficace collocazione della valutazione all’interno della fase di progettazione di un intervento. Principi sani e ampli di quello che poi è un processo che va personalizzato per ogni singolo progetto: non credo in un unico standard di misurazione, nel modello “one size fits all”. Soprattutto, ritengo che la valutazione non debba essere mai un fine in sé stesso dell’azione filantropica, ma un mezzo per renderla più efficace, informata, condivisa. 

4.Far rete con altri soggetti, come fondazioni e imprese, negoziando partnership intorno a obiettivi comuni. Facile – e bello – a dirsi, ma quanto è vero nella pratica? Come Fondazione come vi muovete? 

Ritengo che la favola che non esista competizione nel mondo filantropico sia, per l’appunto, una favola. La filantropia e il terzo settore non vanno visti come il “mondo dei buoni” vs il “mondo dei cattivi” rappresentato da tutti gli altri. Esiste la competizione come in tutti i settori: ma mi piace pensare che sia possibile trovare il giusto equilibrio tra spirito competitivo e spirito collaborativo.

Va piuttosto di moda il “co” (co-progettazione, co-design, ecc.) che spesso viene usato opportunisticamente a sproposito, nascondendosi dietro a questo prefisso per approfittare del valore aggiunto che solo un partner porta, pregiandosi e appropriandosi del lavoro degli altri. Diverso è lavorare assieme in modo positivo: co-progettare per noi è vitale a patto di fondare questo concetto su basi positive, che vedano i partner portare in dote asset differenti e complementari tesi al raggiungimento di obiettivi comuni. Il tema che teniamo sempre al centro è “qual è il tuo valore aggiunto nella partnership?” … e non ci accontentiamo solo di visibilità o brand. 

5.Il Cottino Social Impact Campus: l’esempio di come una Fondazione di famiglia possa generare un progetto realmente innovativo teso a un cambiamento sistemico. Puoi parlarci di questa iniziativa e, più in generale, di come vi ponete in Fondazione davanti al concetto di “innovazione”?

L’idea è nata nel 2017, in un momento di riconsiderazione di elementi quali valori, motivazioni, obiettivi della Fondazione: differenti anime e approcci nonchéla necessità di capire in profonditàla visione da portare avanti. Questo elemento di introspezione si è ben sposato con l’analisi del bisogno sul territorio: unendo queste due componenti ci siamo resi conto che mancava nella nostra società una capacità culturale di lettura dei nuovi schemi economici, politici, civili del mondo di oggi per rispondere alle sfide del domani.

Grazie all’aiuto di partner come Opera Torinese del Murialdo e SocialFare, siamo arrivati a un concetto di campus che unisse infrastruttura fisica e pensiero abilitante; collocazione geografica locale all’interno del Politecnico di Torino, offerta formativa aperta a tutti gli studenti e a organizzazioni trasformative, e posizionamento internazionale; “dono” alla città unita alla volontà di instaurare e presidiare un modello e una visione di lungo termine. 

Vogliamo creare qualcosa che diventi un punto di riferimento in Italia, promuovendo ricerca, formazione e impatto sociale affinché queste componenti possano dialogare tra loro generando progresso e innovazione. Le organizzazioni e le persone interessate a costruire un futuro diverso, più equo, sostenibile e inclusivo hanno bisogno di un’offerta di conoscenza e cultura trasformativa. Il cambiamento culturale passa attraverso l’esposizione e l’apprendimento di nuovi contenuti teorici e pratici, successi e insuccessi, nazionali e internazionali. Accademici, practitioners, ricercatori, policy-makerse imprenditori convergono nel Campus per condividere pensiero, know-how e sperimentazioni utili a costruire la cultura dell’impatto sociale.

Non è stato affatto semplice: abbiamo impiegato circa 2 anni e mezzo per passare dall’idea al lancio e stanziato 6 milioni di euro per questo progetto ma la vera innovazione richiede tempo e sforzo. Grazie alla nostra dotazione patrimoniale, abbiamo la possibilità di poter fare, di poter investire, di testare senza raccogliere fondi esterni. La possibilità di sbagliare ovviamente, di non riuscire, un rischio insito nel concetto di innovazione. Ne è un esempio il “grant d’onore”:formula che abbiamo voluto sperimentare nel nostro Premio Applico che prevedeva che i progetti vincitori, in caso di successo, si sarebbero impegnati moralmente a restituire il premio in denaro ricevuto con l’obiettivo di destinarlo sempre a iniziative filantropiche analoghe. Questo è un esempio di innovazione semplice, potenzialmente dirompente, basata sull’aspetto relazionale che non è diventato un elemento noto e di successo perché mal recepito e/o mal comunicato o semplicemente perché inadatto al contesto attuale. Innovare vuol dire rischiare, provare, valutare i risultati, positivi o negativi che siano, e apprendere per proseguire.  

Il nostro settore filantropico ha bisogno di questo tipo di innovazione, di un salto culturale e manageriale. Le fondazioni italiane devono dotarsi dei giusti approcci manageriali, accettando la necessità di nuove competenze nel donare – che non vuol dire semplicemente staccare un assegno – e nel lavorare in maniera nuova per il bene comune. Il Cottino Social Impact Campus è un primo passo per contribuire a questa evoluzione. 

Per maggiori informazioni www.fondazionecottino.it

Giuseppe Dell’Erba

Giuseppe è Direttore Generale di Fondazione Cottino e Consigliere del Cottino Social Impact Campus. Entra in Fondazione nel 2016 con il principale compito di definire posizionamento, approccio e modello operativo per lo sviluppo e l’impatto della fondazione.Con la missione di stimolare passione per lo spirito imprenditoriale e di creare cultura di impatto, Fondazione Cottino focalizza oggi le sue attività filantropiche nel campo dell’education tramite il Cottino Social Impact Campus; in ambito innovazione, promuovendo spirito imprenditoriale e venture specialmente nel settore biomedicale; nel settore tradizionale della charity, infine, agendo direttamente o a fianco di organizzazioni e attori sul territorio. Giuseppe proviene dal Gruppo assicurativo Zurich Financial Services, dove ha lavorato per cinque anni in qualità di Life Chief Operating Officer di unit italiane e internazionali. Precedentemente, Giuseppe ha lavorato in Marsh Italia in qualità di Deputy to the CEO e prima ancora in Seat Pagine Gialle in ambito Corporate Development. Giuseppe ha conseguito un MBA alla SDA Bocconi ed è laureato in Economia presso l’Università degli Studi di Torino.

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