Italian Philanthropy Forum
Filantropi

Intervista a Lucia Dal Negro, fondatrice di DE-LAB

Chi è De-LAB?

De-LAB è un laboratorio di progettazione e consulenza specializzato nell’affiancare il settore profit su percorsi che si muovono nel settore dell’economia di scopo, cioè purpose economy. Lo facciamo attraverso 3 approcci di progettazione: business inclusivo, che ha come sfondo la cooperazione internazionale, l’innovazione sociale che ha come sfondo la CSR e la sostenibilità integrata, e la comunicazione etica che ha come sfondo appunto la comunicazione intesa come restituzione e disseminazione dell’impegno socio-ambientale dell’azienda.

Cosa vi ha spinto a costituirvi come società benefit anche se questo modello non presenta vantaggi immediati, ma anzi ci sono responsabilità e vincoli?

Per me non è mai stata una questione di incentivi o di ritorno d’immagine, perché da sempre credevo in questo modo virtuoso di fare impresa. Per De-LAB è sempre stato un tema d’identità e con l’arrivo delle società benefit abbiamo trovato la scatola giusta dove inserire le nostre scelte lavorative.

Da sempre mi ero posta la domanda “Perché tutto ciò che succede di bello nel campo del terzo settore, non è portato all’attenzione pratica e operativa delle aziende, se non per chiedere finanziamenti?”. Negli anni per fortuna le cose sono cambiate e si sono diffusi nuovi modelli dove le aziende non sono considerate solo donatori, e quindi quando ho visto la notizia della nascita delle società benefit, ho pensato: “Finalmente ce l’abbiamo fatta!”.

Ognuno di noi ha il proprio ruolo nel cambiare il mondo, in che modo tu e il tuo ente state contribuendo a questo obiettivo? Raccontaci il tuo approccio alla creazione dell’impatto sociale positivo.

Il nostro è un supporto di metodo, di identificazione degli obiettivi, di realizzazione dei progetti, assieme al settore privato. Il nostro supporto è saper generare e portare avanti queste alleanze per la generazione dell’impatto di cui noi siamo protagonisti insieme ai nostri clienti. Quello che cerchiamo di creare non è un semplice rapporto cliente-consulente, ma vogliamo costruire una strada, in modo tale che l’azienda possa poi avanzare da sola su questo: questo “far parte della stessa squadra” è qualcosa che genera degli impatti a livello di costruzione dei modelli. L’SDGs 17 parla proprio di questo, cioè le “partnership for development”, che nel nostro caso rappresentano alleanze di valore per generare impatto. 

Puoi raccontarmi come funziona il modello del business inclusivo?

Il business inclusivo è un approccio di progettazione, quindi significa riuscire a progettare prodotti, servizi o modelli che rispondono a bisogni di persone che vivono in comunità a basso reddito, con modelli che siano profit driven. Questo lo facciamo per gli altri e, dal 2019, anche per noi con il progetto Kokono™, una iniziativa di business inclusivo nata dopo due campi di ricerca in Uganda e che offre un prodotto che viene inserito nel mercato locale, perché sia accessibile in loco e sostenibile finanziariamente.

Riuscire a costruire questi modelli che siano commercialmente validi e simultaneamente  che abbiano l’intrinseco l’obiettivo di generare impatto sociale, è importante sia per le imprese, in ottica strategica, che per le persone….nel nostro caso, Kokono™ proteggerà neonati fragili.

Come può un’azienda investire in un progetto ad impatto sociale? Filantropia e business inclusivo possono trovare dei punti in comune?

Bisogna capire cosa intendiamo per “investire”.

Se si vuole ragionare di business inclusivo, si parla di un investimento economico per un progetto che sviluppa – grazie a partnership con i beneficiari – nuovi prodotti o servizi che generano impatto in loco, da cui poi si deve generare anche un ritorno economico: c’è un piano economico-finanziario da rispettare, proprio per dare sostenibilità finanziaria all’iniziativa e non farla dipendere dalla disponibilità di fondi esterni. 

Se parliamo invece di filantropia dove l’azienda fa una donazione pro-bono su un progetto ad impatto sociale, c’è un investimento in termini di risorse, di tempo, di energie ma l’obiettivo non è generare un ritorno economico – per il donatore – da quella erogazione.

In entrambi i casi si può avere un impatto sociale, ma i due modelli hanno obiettivi diversi. Da una parte abbiamo il business inclusivo, che punta a costruire dei modelli sostenibili commercialmente, con determinate caratteristiche valoriali, il cui obiettivo, oltre che sociale, è anche economico. Dall’altra parte abbiamo la filantropia, che è una collaborazione tra profit e non-profit solida e strategica ma che non è nata con lo scopo di avere un ritorno di profitto da quel supporto economico.

Sono due binari che vanno nella stessa direzione ma non si incrociano.

Un’azienda qualsiasi può intraprendere un progetto di business inclusivo?

Certo, purchè producano servizi o prodotti che servono in Paesi in Via di Sviluppo, o meno Sviluppati. Qui c’ è il collegamento con i bisogni dei destinatari, che va sempre considerato. Quindi, o le imprese sono native di business inclusivo, o possono studiare un percorso – che possono definire con De-LAB – per aprire un fronte di lavoro che segue questo modello. La letteratura sul business inclusivo racconta di aziende il cui core business è nativo business inclusivo e altre invece che attivano dei modelli di business inclusivo solo per alcuni loro per prodotti o servizi adatti ai mercati e alle comunità a basso reddito.

Come misurate i vostri risultati e come definite se un’iniziativa è stata efficace?

Come società benefit abbiamo un obbligo per legge di produrre una valutazione d’impatto. Descriviamo i nostri impatti e i risultati delle nostre scelte nel nostro impact report, rifacendoci agli SDGs, i principi dello UN Global Compact e seguiamo l’impostazione del GRI. L’anno prossimo, visto che siamo diventati B Corp, vorremmo cominciare a usare il Bia come metodo di valutazione d’impatto, incrociandolo con gli SDGs.

Quale importanza riveste nel vostro modello il rapporto con il territorio? Come questo rapporto viene portato avanti? E’ cambiato durante la pandemia?

Il rapporto con il territorio per noi è importante, ma non è fondamentale, tendenzialmente i nostri clienti possono provenire da tutta Italia: abbiamo realizzato progetti in Puglia, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia.

Quando mi trovo all’estero invece il concetto territoriale emerge perché mi trovo a parlare della realtà italiana e quindi del nostro territorio nazionale, prospettiva che porto avanti con piacere ed orgoglio, perché ci sono moltissime esperienze italiane che vanno valorizzate anche all’estero.

Il nostro rapporto con il territorio diventa importante nei luoghi in cui avviamo i progetti di business inclusivo o di Innovazione Sociale, cioè dove avvengono le ricadute e l’impatto dei nostri lavori e delle nostre progettazioni.

Una cosa che hai imparato nell’ultimo anno di lavoro?

Ho imparato l’importanza del saper reinventare alcune strategie. Ho scoperto che siamo molto più flessibili e adattativi rispetto a ciò che pensavo.

Qual è l’iniziativa che avete realizzato di cui sei più fiera?

Sicuramente Kokono™! Kokono™ è un progetto ed un oggetto, pensato da De-LAB per rispondere ad un bisogno crescente di salute e sicurezza materno-infantile in Africa Sub-Sahariana. E’ la prima culla progettata per proteggere neonati, generare lavoro in loco, rendere le madri più autonome ed indipendenti.

Nonostante abbia risentito molto della pandemia, che ha fermato completamente le nostre operazioni in Uganda per alcuni mesi, è riuscito ad adattarsi alle mutate condizioni e finalmente possiamo dire di essere nella fase di avvio della produzione in loco. Riuscire a contribuire alla riduzione della mortalità infantile e approcciare in modo concreto il tema della Povertà Multidimensionale (2017) ci rende molto fieri!

Un oggetto o un simbolo a cui non potresti rinunciare o che è essenziale per svolgere il tuo lavoro? Per svolgere il mio lavoro la rete è fondamentale! Rete intesa non solo come connessione web (senza internet saremmo spacciati) ma anche connessione tra persone….anche senza empatia non avremmo futuro ☺ 

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